La vita quotidiana dei malati psichiatrici ricoverati in struttura

Di Vito De Angelis – fondatore di A360 Care

Chi lavora con le disabilità psichiche lo sa bene: la cura non si limita a farmaci e colloqui, ma si estende alla quotidianità, agli spazi, agli oggetti che circondano i pazienti.

Le stanze delle strutture residenziali psichiatriche raccontano storie che vanno oltre le diagnosi: comodini ricoperti di adesivi, scaffali con peluche, collezioni di portachiavi, piccoli mondi che custodiscono bisogni profondi di sicurezza, identità e continuità biografica.

Questi dettagli non sono semplici eccentricità: la letteratura psichiatrica mostra come lo spazio personale sia un elemento terapeutico fondamentale, parte integrante del modello
bio-psico-sociale (Engel, 1977). L’ambiente influenza il benessere, sostiene i processi di recovery e contribuisce a ridurre il senso di istituzionalizzazione.

L’ambiente come fattore terapeutico

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Mental Health Action Plan 2013-2020), il contesto in cui vive il paziente gioca un ruolo decisivo nella gestione dei disturbi psichiatrici.

La possibilità di personalizzare lo spazio, di mantenere oggetti affettivi o rituali quotidiani, diventa una forma di cura complementare.

Decorare un comodino con adesivi trasforma un mobile impersonale in qualcosa di unico, riducendo la spersonalizzazione del ricovero.

Tenere accanto un peluche non significa negare l’età adulta, ma concedersi un simbolo di sicurezza.

Collezionare oggetti, pur se legato talvolta a dimensioni compulsive, rappresenta anche un modo per preservare memoria e identità.

In questo senso, l’ambiente non è un accessorio, ma parte integrante del processo terapeutico.

Il ruolo dell’infermiere psichiatrico

Le raccomandazioni della Società Italiana di Psichiatria (SIP) e del Piano Nazionale per la Salute Mentale (Ministero della Salute, 2013) sottolineano il valore di un approccio personalizzato e globale.

L’infermiere psichiatrico, a contatto quotidiano con il paziente, ha il compito di osservare questi segnali e di valorizzarli in chiave clinica: variazioni nell’uso o nella cura degli oggetti possono segnalare cambiamenti nello stato psichico; il rispetto dei simboli affettivi favorisce la relazione terapeutica; la gestione degli spazi diventa occasione per promuovere autonomia e senso di controllo.

Non si tratta di infantilizzare il paziente, ma di riconoscere i suoi codici espressivi, accogliendo i bisogni regressivi come parte di una strategia di adattamento.

Recovery e continuità del sé

Il paradigma della recovery-oriented care (Davidson & Roe, 2007) ha ridefinito il concetto di guarigione in psichiatria. Non più solo remissione sintomatologica, ma capacità di costruire una vita significativa nonostante la malattia.

In questa prospettiva, gli oggetti e gli spazi personali diventano fondamentali per mantenere una continuità narrativa del sé: rappresentano legami con la biografia passata, sostengono la resilienza, riducono la frammentazione identitaria tipica di molte patologie psichiatriche.

Oltre lo stigma

Queste immagini ci invitano a superare lo stigma sociale che ancora pesa sul malato psichiatrico. Nelle stanze non si incontrano “pericolosi alienati”, ma persone che cercan conforto, affetto, senso di appartenenza. In fondo, non è diverso da ciò che facciamo tutti noi: conservare un oggetto dell’infanzia, decorare uno spazio, accumulare ricordi.

La differenza tra “noi” e “loro” è meno netta di quanto la società creda. E questa consapevolezza è alla base di una psichiatria moderna, centrata sulla dignità e sulla qualità della vita.

Conclusioni

Gli oggetti che popolano le stanze dei ricoverati non sono dettagli marginali, ma segni clinici e simbolici che aiutano a comprendere meglio la persona. Un adesivo, un peluche, una collezione: ciascuno di essi può diventare chiave per aprire un dialogo, strumento per sostenere la continuità identitaria, argine contro l’isolamento. La vera sfida della salute mentale, oggi, è integrare terapia farmacologica, psicoterapia e cura dell’ambiente, riconoscendo che anche il più piccolo gesto di personalizzazione contribuisce al benessere e alla dignità della persona.

Bibliografia essenziale:
Engel G. L. (1977). The need for a new medical model: a challenge for biomedicine. Science, 196(4286), 129-136. World Health Organization (2013). Mental Health Action Plan 2013–2020. Geneva: WHO. Davidson L., Roe D. (2007). Recovery from versus recovery in serious mental illness: One strategy for lessening confusion plaguing recovery. Journal of Mental Health, 16(4), 459-470. Ministero della Salute (2013). Piano Nazionale per la Salute Mentale. Roma: Ministero della Salute. Società Italiana di Psichiatria (2016). Linee guida per l’assistenza psichiatrica. Roma: SIP.